Always-on e iperconnessione alla base della “pandemic fatigue”

La cultura dell’ “always on” dell’ “iper-connessione” si è ampiamente diffusa durante la pandemia e quasi un quarto dei collaboratori che hanno fatto #homeworking (24%) in Europa ha lavorato nel tempo libero tutti i giorni.

Fonte: Eurofound (2020), Living, working and COVID-19, COVID-19 series

 

Le giornate lavorative si sono allungate in media di quasi un’ora al giorno (46 minuti) , con un aumento esponenziale delle riunioni e delle mail, ricevute e mandate, a un numero sempre maggiore di persone e fuori dagli orari di ufficio[1].

Ma questa modalità di #lavoro non garantisce efficacia e anzi ha ripercussioni negative sulla #salutementale , tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha coniato il termine di #pandemicfatigue per sottolineare il rischio di #burnouts. E in molti ormai parlano di una “seconda pandemia” per descrivere la fatica, lo stress accumulato, il trauma non ancora metabolizzato unito all’incertezza economica: tutti fattori che hanno complesse implicazioni sulla nostra salute mentale.

Il nostro è tra i paesi dove il Covid-19 ha avuto un impatto maggiore, in base è una recente ricerca di YouGov[2] : la grande maggioranza degli italiani intervistati (62%) dichiara di aver subito un peggioramento del proprio benessere psico-fisico. La motivazione principale è la difficoltà di convivere in maniera forzosa con la propria famiglia in casa – in un presente continuo tra #homeschooling e #remoteworking (29%) – ma anche la mancanza delle relazioni con amici e la difficoltà di interazioni sociali e sportive.

 

Particolarmente colpiti sembrano essere i più giovani, come il Financial Times ha raccontato in un articolo dedicato alla Generazione Z (https://www.ft.com/content/090e5d6f-0e6f-4492-97ab-7f5a83770272) : già prima della pandemia il 50% dei millennials e il 75% della generazione Z ha lasciato il lavoro per ragioni legate almeno in parte alla propria salute mentale[3], un dato che – come conferma anche Eurofund – si è aggravato a causa della pandemia. Ma anche le donne si sentono particolarmente toccate, “prosciugate” dal lavoro in questa situazione di crisi socio-sanitaria.

Un rischio, quello del burnout, che è ormai riconosciuto dalle aziende come un’emergenza da affrontare al proprio interno: due terzi dei datori di lavoro a livello globale (77%)[4] considera la salute mentale dei propri collaboratori una priorità e di questi circa un terzo (38%) è “molto preoccupato” . Anche perché il malessere ha un impatto diretto molto forte (16%) o comunque significativo (33%) sul benessere psicofisico e relazionale e quindi sulla produttività. In base alla ricerca Mc Kinsey sulla salute comportamentale, la maggior parte delle imprese (60%)  – soprattutto le grandi – stanno cominciando, continuando o ampliando i servizi di #welfareaziendale legati al benessere psico-fisico, come la telemedicina, i check-up, i day-hospital e i servizi legati alla cura fisica e comportamentale.

 

L’attenzione per i propri collaboratori è già molto diffusa nelle aziende d’oltreoceano, da Starbucks a EY – che ha avviato WeCare, un programma sulla salute mentale – da American Express a Booz Allen Hamilton.

Due sono i punti fermi. Prima di tutto la comunicazione: i servizi offerti sono utili solo se la cultura aziendale li presenta nel modo corretto e se le persone si sentono tutelate nella loro privacy e libere di utilizzarli o meno. In secondo luogo, considerare gli investimenti necessari, tenendo conto di quanto costerebbe ignorare il problema (negli Stati Uniti è stato calcolato che, ogni anno, un’azienda deve prendersi carico di costi aggiuntivi, in media più di 17 mila dollari per ogni collaboratore, per assenze riconducibili, almeno in parte, alla salute psico-fisica[5]).

Anche in Italia sempre più aziende stanno arricchendo il welfare aziendale con servizi di supporto per la salute mentale e noi come Jointly abbiamo registrato un forte interesse per i servizi di wellbeing e in particolare Jointly Balance, un vero e proprio toolkit di servizi per il benessere psico-relazionale a supporto di consapevolezza e focalizzazione dei problemi. Sono oltre 100 per esempio le persone che nella fase più dura del lockdown hanno avuto accesso allo sportello gratuito di counseling a distanza Parliamone, che ha come obiettivo di potenziare le proprie capacità nell’affrontare questo complesso periodo della propria vita, con una media di due colloqui a persona. Circa un quarto di queste persone hanno deciso di proseguire autonomamente il percorso, trovandolo particolarmente utile “per mettere ordine nei miei obiettivi professionali – ci ha spiegato una persona che ha aderito al percorso – e come spinta a perseguirli”.  Opportunità di crescita individuale, consapevolezza di sé e condivisione delle difficoltà sono alcuni degli aspetti più apprezzati dalle persone alle quali l’azienda offre un supporto per la salute mentale: un investimento a lungo termine che porta benefici anche nel breve periodo.

 

Ma come possono le aziende aiutare i propri collaboratori a contrastare gli effetti dell’isolamento in modo efficace?

Costrette a stare in casa, le persone che lavorano cercano di mantenere in funzione le loro reti di supporto sociale, organizzando le attività in videochat, comunicando per telefono e soprattutto cercando il dialogo e il contatto seppur virtuale con gli altri: ed è qui che l’azienda può fare molto, creando un senso di comunità e quindi di appartenenza tra le persone. Servizi di ascolto e di aiuto psicologico facilmente accessibili, hanno un impatto positivo sul benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, così come i servizi che risolvono in tempi brevi problemi pratici che vanno dalla spesa a domicilio all’assistenza a bambini e persone non autosufficienti.

Un piano welfare ben concepito fa pensare a un’azienda aperta in tutti i sensi, perché inclusiva, attiva e generosa: una percezione positiva, rassicurante che aiuta ognuno a non sentirsi isolato, tanto meno abbandonato, ma piuttosto parte attiva di progetto che continua, che va oltre la pandemia.

 

 

 

[1] Fonte: Ricerca del National Economic Bureau of Reserach su 3,1 milioni di persone e 21 mila aziende in 16 Paesi in Nord Ameirca, Europa e Medio Oriente

[2] YouGov “International study: how has coronavirus affected people’s personal lives?” Dicembre 2020. La ricercar è stata condotta su oltre 21 mila persone in 16 diversi Paesi in Europa, America e Medio Oriente.

[3] Mind Share’s Partners “Mental Health at work. 2019 Report”, https://www.mindsharepartners.org/post/why-50-of-millennial-and-75-of-gen-z-workers-have-left-jobs

[4] Mc Kinsey Annual Employer Survey 2020, con un focus sulla salute mentale: “National employer survey reveals behavioral health in a COVID-19 era as a major concern”, giugno 2020: https://www.mckinsey.com/industries/healthcare-systems-and-services/our-insights/national-employer-survey-reveals-behavioral-health-in-a-covid-19-era-as-a-major-concern

[5] American Heart Association “Mental Health: a workforce crisis”, 2019.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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