Caregiver e pandemia. Lo stress senza cura

C’è una fatica aggiuntiva rispetto alle normali difficoltà che tutti noi abbiamo dovuto affrontare in questi 18 mesi ed è quella dei caregivers. Una ricerca condotta a livello internazionale da BCG[1] ha fotografato questa fatica: durante la pandemia, chi si è preso cura di un familiare adulto non auto-sufficiente ha riportato livelli di stress decisamente superiori rispetto a collaboratori senza carichi di cura, ma anche rispetto a genitori con figli.

L’ Italia (8 punti percentuali in più) , insieme a Stati Uniti (10) e Germania (8), è tra i Paesi dove maggiore è la differenza nel benessere psico-fisico tra chi non ha famigliari da seguire e chi invece deve quotidianamente bilanciare il lavoro con un carico di attività di “cura” tale da costituire di fatto un secondo lavoro aggiuntivo. Come evidenzia Alessandra Catozzella, Partner BCG dedicata alle tematiche di Health & Welfare:  “Oltre 7 milioni di persone in Italia si fanno carico di anziani non auto-sufficienti a fronte di un’offerta di servizi residenziali e/o domiciliari inadeguata e costosa. Di questi, quasi 1 su 3 dedica più di 20 ore alla settimana all’attività di care-giver[2], numero che supera facilmente la 60 ore settimanali in caso di figli minori. E’ un carico enorme che non possiamo ignorare, specie in un Paese come l’Italia che vede la popolazione invecchiare inesorabilmente – il 23% della popolazione ha più di 65 anni – con un indice di dipendenza che ha ormai raggiunto il 57%: vuol dire che in questo Paese abbiamo 1.8 persone in età lavorativa per ogni persona “inattiva” (<15 anni o >65)”

La crescente fatica, accentuata senz’altro dalla pandemia e dalle preoccupazioni sul futuro, potrebbe arrivare a compromettere il rapporto professionale .

In base alla stessa ricerca, quasi un caregivers su 5 (il 17%) non immagina di lavorare più per l’attuale azienda tra sei mesi. Soprattutto in Germania (25%), Francia e Gran Bretagna (20%), ma anche in Italia (16%), rischia di esserci un turnover proprio di quelle persone che hanno in media già un’anzianità professionale e un ‘expertise di valore, e che si ritrovano però a non riuscire più a conciliare i carichi di cura sul lavoro e a casa.

La domanda sorge quindi spontanea: chi si prende cura dei caregivers? Una domanda non solo etica e di responsabilità sociale, ma anche organizzativa: BCG ha stimato[3] che perdere un collaboratore fidato può costare all’azienda tra il 50 e il 75% del suo stipendio annuo per formare una nuova figura. Costi che possono toccare anche il 200% in caso di professionalità molto particolari.  E’ necessario che oltre alle pure metriche di performance, le aziende e i loro manager sappiano supportare i collaboratori caregivers con servizi dedicati, empatia ed attenzione: oltre alla produttività, altri fattori, come il benessere e la collaborazione, sono altrettanto importanti e sono quelli la chiave di volta nei nuovi modelli lavorativi imposti dalla pandemia.

 


 

[1] BCG: “COVID-19 Caregivers Survey” ottobre 2020. Ricerca Condotta su 14,100 caregivers tra Stai Uniti ed Europa e dipendenti di grandi gruppi internazionali.

[2] ISTAT “Rapporto sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea”

[3] I dettagli in questo articolo: https://www.bcg.com/publications/2021/prioritizing-caregivers-during-covid-19

 

Camilla Viganò

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