Un’azienda su tre a livello globale ha rimodulato l’offerta di Welfare

Anche in Italia più del 60% dei datori di lavoro ha deciso di promuovere azioni dirette ad aumentare il benessere dei propri lavoratori.

La maggioranza degli HR (59%) sente una crescente responsabilità nel sostenere il benessere psico-fisico dei propri collaboratori, che dopo due anni di pandemia sono particolarmente affaticati[1].

Più di un terzo delle aziende (34%) in particolare ha implementato l’offerta di servizi di welfare dedicati al benessere psicologico, anche perché molti collaboratori (38%) riconoscono che la propria salute psico-fisica si è deteriorata. Una tendenza che è globale, se è vero che anche negli Stati Uniti la quasi totalità dei datori di lavoro (90%) ha aumentato gli investimenti in programmi di salute mentale e fisica all’interno del proprio welfare aziendale, con un focus particolare sulla gestione dello stress (78%) e della mindfulness (71%)[2].

Una priorità quella di affrontare il benessere sul luogo di lavoro documentata e riconosciuta a livello europeo da una ricerca di Eurofund, che ha esplicitamente richiamato le imprese a farsi carico della “salute e sicurezza sul lavoro, insieme al benessere psicofisico” perché se queste misure sono un costo per l’azienda “è anche vero che i benefici potenziali di prevenire e ridurre lo stress sono significativi[3]. Una recente indagine di Employeebenefits ha sottolineato come programmi di benessere aziendale possano aumentare la produttività del 31% e il senso di appartenenza del 59%[4], mentre la Commissione europea arriva a stimare in 136 miliardi le perdite in produttività causate dall’assenteismo dal posto di lavoro derivato da malessere psicologico.

 

E in Italia? Per tre lavoratori italiani su quattro, le sensazioni maggiormente sperimentate nella quotidianità sono incertezza (45%) e preoccupazione (39%), in base ad una recente indagine BVA Doxa per Mindwork[5]. Una situazione che si è aggravata con la pandemia (+ 15% di ansia e disagio +9% di patologie legate al disturbo del sonno), tanto che anche nel nostro Paese più del 60% delle aziende ha deciso di promuovere azioni dirette ad aumentare il benessere dei propri lavoratori puntando però soprattutto su flessibilità (sia in termini di orario, sia di ricorso allo smart working) e/o benefit economici.

Sono ancora in pochi, invece, a scommettere su iniziative volte a sostenere il benessere psicologico dei singoli. Eppure – sottolinea la ricerca di Mindwork – l’interesse c’è: oltre il 60% valuterebbe positivamente un’iniziativa in tal senso, anche se la metà dei lavoratori non si sente del tutto libero di dichiarare il proprio malessere. Se con amici e familiari c’è meno reticenza, l’ambiente di lavoro appare ancora un luogo poco adatto in cui esprimere il proprio disagio.

Attenzione poi al disagio nel disagio, che tocca alcuni gruppi in particolare, come la generazione Z e le donne in azienda. In base ai dati raccolti da Mc Kinsey, un giovane su quattro soffre di disturbi legati allo stress[6], mentre le donne in posizioni apricali riportano un maggior grado di stress e burnout[7].

 

 

 

Anna Zavaritt – giornalista e contributor Jointly

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[1] Ricerca su 501 HR condotta in Inghilterra da Group Risk Development (GRiD), associazione degli imprenditori britannici.

[2] 2022 Employee Wellness Industry Trends Report, released by Wellable Labs.

[3] Eurofund “Business not as usual: How EU companies adapted to the COVID-19 pandemic”, 2022.

[4] Whitepaper “Maximising Your Return on Engagement”, employeebenefits, DVV Media HR.

[5] “Il benessere psicologico dei lavoratori italiani”, 2022.

[6] McKisey” Addressing the unprecedented behavioral-health challenges facing Generation Z” gennaio 2022

[7] McKiseny” Women leaders continue to feel the burn of burnout” febbraio 2022