Great Resignation: quando l’insoddisfazione fa più dello stipendio

Il fenomeno delle dimissioni di massa e l’importanza del benessere sul lavoro: approfondiamo insieme cause e (prime) conseguenze, cercando di capire come interpretare questo fenomeno in forte crescita anche in Italia

Da qualche mese il tema delle dimissioni di massa è diventato un vero rompicapo per le aziende, tanto che negli Stati Uniti l’azienda McEntire Produce ha creato una figura ad hoc per ascoltare le insofferenze dei propri collaboratori e convincerli a restare.

Un fenomeno solo americano?

Questo nuovo trend è partito oltre oceano dove da aprile 2021 c’è stato un flusso costante – in media 4 milioni al mese – di persone che hanno scelto di lasciare il proprio lavoro. Da cosa dipende? In parte da un mercato del lavoro che negli Usa è decisamente più dinamico e flessibile che in Europa, ma non solo perché il fenomeno riguarda i Paesi di tutto il mondo, Italia compresa. Secondo i dati del Ministero del Lavoro da luglio 2020 l’aumento delle dimissioni volontarie è stato in costante aumento e nel secondo trimestre del 2021 sono quasi raddoppiate (+85% in un anno).

I soldi non fanno la felicità

La maggior parte dei lavoratori che “lascia” lo fa perché cerca un senso di scopo nel proprio ruolo professionale, come ha documentato la ricerca “Great Attrition’ or ‘Great Attraction’? The choice is yours” appena pubblicata da McKinsey. Vuole cioè “connessioni interpersonali con i colleghi e con i manager” e, soprattutto, desidera “relazioni, non transazioni”.

Anche a costo di assumersi dei rischi: il 36% di chi ha dato le dimissioni negli ultimi sei mesi lo ha fatto senza avere già un nuovo impiego. È quest’ultimo elemento valoriale che rende il fenomeno della Great Resignation diverso dai turnover che ciclicamente ci sono nel mercato del lavoro. Ed è inutile correre ai ripari con benefit e servizi aggiuntivi – come hanno provato a fare Amazon e Wallmart per esempio – se non si rinnova il patto di fiducia e ascolto con i propri collaboratori.

Benessere al centro

La pandemia ha cambiato radicalmente ciò che le persone si aspettano dal lavoro e le aziende devono imparare ad ascoltare in maniera attiva e regolare i bisogni dei collaboratori, prima che si trasformino in frustrazione e incompatibilità.

La più recente conferma anche in Italia arriva dall’ultimo Work Trend Index: più di un italiano su due (54%) è propenso a dare priorità alla propria salute e benessere rispetto al lavoro. E più di un terzo (37%) dichiara che per questa ragione valuterà di cambiare lavoro nel prossimo anno, con un picco tra le fasce più giovani (49% della Gen Z e dei Millennials).

Le aziende sono avvisate, e conviene fare bene i conti. Se è vero che ogni dimissione ha un costo economico ed organizzativo che è tra un terzo e la metà dello stipendio annuo della persona che lascia, difronte al fenomeno delle dimissioni di massa è fondamentale saper valorizzare il capitale umano della propria azienda. Perché se le persone stanno bene al lavoro, saranno meno tentate di cambiarlo.

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Anna Zavaritt – giornalista e contributor Jointly