I dati appena diffusi dall’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano parlano di un vero e proprio mismatch tra quello che le aziende offrono e quello che i professionisti cercano.

Da un lato, infatti, la maggior parte (88%) delle imprese fatica ad assumere nuovo personale e, in più della metà dei casi, un dato in crescita è dovuto soprattutto alla carenza di persone con competenze tecniche (57%) e soft (36%), ma anche alla mancata corrispondenza tra quanto offerto dalle aziende e quanto desiderato dalle persone in termini di stipendio, carriera, flessibilità e stile di vita. Perché il luogo di lavoro è sempre meno un “posto” dove andare e sempre più un’esperienza, che deve essere appetibile e soddisfacente: la grande maggioranza delle persona cerca prima di tutto coerenza dei propri valori con l’organizzazione (87%). 

Dall’altro, solo il 9% dei collaboratori afferma di stare bene nell’impiego attuale considerando le tre dimensioni del benessere: fisico, psicologico e relazionale. E appena il 5% oggi - in base all’indagine realizzata dall’Osservatorio in collaborazione con BVA Doxa, e con il supporto tra gli altri di JOINTLY - è “felice” al lavoro. Un malessere che ha portato un lavoratore su due (42%) a dare le dimissioni, o a volerlo fare a breve, dove per la prima volta il motivo principale è la ricerca di “benessere fisico e mentale” (36%). 

Un malessere al quale le aziende ancora faticano a trovare risposte: solo una su due offre servizi a supporto del benessere organizzativo e personale, il cosiddetto corporate wellbeing. Ingaggiare e trattenere i propri collaboratori è una delle principali sfide per le imprese oggi: un candidato su due (56%) si ritira dal processo di selezione, più di uno su dieci (17%) cambia lavoro a pochi mesi dall’assunzione, con costi economici ed organizzativi significanti per l’impresa. Una difficoltà diffusa, se è vero che la metà (il 56%) di chi ha cambiato lavoro negli ultimi 12 mesi si è già anche pentito di averlo fatto (+37% rispetto al 2023), perché il “nuovo” non è per forza meglio del vecchio lavoro. 

Una delle criticità che accomuna le imprese oggi è la difficoltà, per i collaboratori, di integrare la vita lavorativa e privata: in un anno sono raddoppiati i Job Creeper (13% vs. 6%), quelli che non riescono a smettere di lavorare e lo fanno in momenti che dovrebbero dedicare alla propria vita privata, mentre è stabile il numero dei Quiet Quitter (12%), i lavoratori che fanno il minimo indispensabile senza essere coinvolti emotivamente nelle attività che svolgono. 

«Serve una visione integrata e coerente – ha sottolineato Francesca Rizzi, CEO di JOINTLY, partecipando ad una delle tavole rotonde di presentazione dei risultati, lo scorso 15 maggio – per far sì che il benessere venga visto non più come una somma di singole iniziative, ma come il risultato di una employee experience. È un tema di competitività d’impresa e di produttività».

 

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A cura di Anna Zavaritt - giornalista e contributor JOINTLY