Ora che si avvicina il periodo estivo, la Fase2 rischia di acuire queste difficoltà: le scuole riapriranno solo a settembre, i nonni che nel lungo periodo estivo di tre mesi – unico caso in Europa – normalmente si prendevano carico dei nipoti sono tutt’ora da tutelare per via del virus e molti genitori hanno dovuto smaltire ferie nella fase di lockdown, per cui non saranno liberi durante l’estate. Uno “stress test” del tessuto sociale italiano senza precedenti, che rischia di diventare letale in assenza di un piano d’azione organico e di lungo periodo. Al di là delle misure predisposte dal Governo, la maggior parte dei genitori si aspetta una risposta prima di tutto dall’azienda nella quale lavora. E le imprese sono quindi chiamate a ripensare il welfare aziendale, in un’ottica non solo remunerativa ma anche di supporto e offerta di soluzioni concrete ed efficaci per le persone.

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    L’attuale pandemia ha evidenziato il ruolo sempre più strategico del welfare aziendale non solo come strumento fiscalmente efficiente ma anche come vero e proprio sistema costruito intorno al benessere e ai bisogni specifici dei propri collaboratori. Come ha spiegato il Professor Tiziano Treu, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) e Partner di Fieldfisher Italy inaugurando il ciclo di Jointly Talks a maggio, l’attuale crisi ha portato con sé una forte domanda di welfare pubblico, in parte disattesa. Tra le motivazioni per cui si i lavoratori desiderano interventi di welfare, la maggioranza indica come prioritaria la necessità di conciliazione (79%), ma anche il contributo che questo può dare ad un migliore clima e produttività aziendali (66%) e in maniera minore al potere d’acquisto (39%).

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