Per un welfare di comunità. Intervista a Alessandro Rosina

L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo: come è cambiata la struttura famigliare e i
carichi di cura al suo interno? 
Oggi in Italia il tasso di dipendenza degli anziani –il rapporto tra popolazione di 65 anni e più e popolazione in età attiva (15-64 anni) – risulta il più alto dell’Unione (35% circa) e secondo le stime Ocse il nostro Paese è quello che rischia maggiormente a metà di questo secolo di trovarsi con un rapporto 1:1 tra lavoratori effettivi e pensionati. Fino ad oggi la nostra struttura sociale ha retto, ma è basata su un modello che non esiste più: quello del dopoguerra, dove i figli erano numerosi – e anche da adulti restavano a vivere vicino alla propria famiglia – e gli over 80 erano invece una minoranza. Quello in cui il tasso di occupazione femminile era basso e le donne contribuivano in maniera sostanziale al welfare informare, famigliare che era un pilastro portante del sistema sociale. Oggi invece se da un lato è aumentata la domanda di cura e supporto, dall’altro è diminuita l’offerta. La domanda è aumentata perché le persone anziane sono una parte sempre più rilevante della popolazione, con una crescita ancor più consistente degli over 80 – i “grandi anziani” – che necessitano di cure continuative perché non hanno più autonomia e sono spesso in situazione di fragilità o semi-fragilità. Dall’altro lato però l’offerta di welfare famigliare si è ridotta: prima di tutto a causa del calo della natalità -per cui ci sono meno giovani all’interno del nucleo famigliare – ma anche perché la prossimità abitativa si è ridotta e c’è più mobilità geografica per ragioni lavorative. Inoltre è aumentata l’occupazione femminile (e ancor più nei prossimi anni è destinata a crescere), mentre storicamente era particolarmente intensa ma entro le mura domestiche. Per sintetizzare siamo ad un bivio dove i caregivers informali sono di meno ma ci sono più persone che necessitano di cure, perché non sono
più autosufficienti: il vecchio modello di welfare non regge più.

In Italia il tasso di occupazione femminile è in crescita, ma non quello di natalità come
invece in altri Paesi, dove la correlazione è positiva. Cosa non funziona da noi?
In Italia non abbiamo saputo costruire l’infrastruttura sociale – e fare gli investimenti economici necessari – per sostenere l’occupazione femminile, senza penalizzare la famiglia. Da noi le difficoltà di conciliazione tra lavoro e figli diventano un aut-aut. In altri Paesi come la Svezia o la Francia invece il cambio di paradigma sociale e l’emancipazione professionale femminile sono stati sostenuti ed accompagnati da politiche di conciliazione sia a livello infrastrutturale – con un potenziamento di nidi e servizi di vario tipo – sia a livello organizzativo, con una maggior flessibilità oraria nel mondo del lavoro. Ma anche a livello culturale, con una sensibilizzazione alla condivisone dei carichi di cura e della parità di genere e con infrastrutture e cambio culturale. In Italia invece, solo per fare un esempio, il tasso di copertura dei nidi è ancora inferiore al 25% – contro una media europea superiore al 33% – e anche l’accesso ai servizi domiciliari per gli anziani è decisamente carente. C’è poi all’interno del nostro Paese un altro divario, tra Nord e Sud: dove il welfare pubblico formale è più debole, è più bassa l’occupazione femminile e anche la fecondità, un circolo vizioso che si auto-alimenta.

Il nostro sistema socio-sanitario insomma era strutturato su un altro modello demografico. Cosa dovrebbe cambiare secondo lei, per renderlo sostenibile? 
E’ urgente progettare e sviluppare un welfare mix tra pubblico, privato e informale. Quest’ultimo, quello famigliare, fa parte della nostra cultura e va valorizzato ma per farlo bisogna riorganizzarlo: la solidarietà inter-generazionale va costruita e supportata con figure professionali preparate e disponibili, perché il grande patrimonio relazionale da solo non basta difronte a un numero sempre più elevato di over 80 con fragilità e patologie specifiche. Il welfare informale va valorizzato, e strutturato. Il welfare pubblico invece va certamente potenziato, puntando sull’assistenza domiciliare, che oggi può contare sulla tecnologia e il monitoraggio a distanza: oggi una persona può condurre una vita autonoma anche in condizioni di non piena auto-sufficienza grazie a questo. E poi c’ il welfare aziendale, che fino a poco tempo fa era detto “sussidiario” ma invece ha un ruolo fondamentale da giocare, perché può fornire servizi di cura aggiuntivi, privati e anche perché può favorire con accordi aziendali una maggior flessibilità negli orari di lavoro. Un ultimo importante elemento sono anche le misure preventive: creare una cultura di “preparazione all’invecchiamento attivo”, che potenzi la prevenzione a livello sanitario ma anche stili di vita sani e salutari è fondamentale perché gli anziani di domani possano erogare e non essere soggetto di aiuto, come parte attiva di un welfare di comunità. In questo senso i legami finora definiti “deboli” – cioè quelli non basati su parentela –possono diventare invece cruciali: quelli tra vicini di casa, all’interno di un quartiere o di un condominio.

 

di Anna Zavaritt, giornalista e Jointly contributor

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