Oggi è chiaro che i lavoratori scelgono – e sceglieranno sempre di più in futuro – il proprio posto di lavoro in base a temi valoriali, quindi non più soltanto in base allo stipendio o alle opportunità di carriera. E se l’equilibrio tra vita privata e vita lavorativa è un criterio sempre più importante, ci sono verso le aziende nuove aspettative di tipo organizzativo ma anche sociale. Come rispondono le imprese, che sono chiamate a esprimere chiaramente i loro valori anche attraverso azioni concrete? In queste azioni concrete, la cura dell’ambiente di lavoro – inteso anche come ambiente di vita – ha un ruolo particolarmente rilevante e lo avrà sempre di più.
In molti casi l’introduzione dello smart working e del lavoro ibrido hanno già modificato gli spazi interni: più confort, più informalità, ambienti di lavoro funzionali ad un certo tipo di attività (brainstorming di gruppo, salette per la concentrazione, etc.), veri e propri spazi di relazione. L’azienda aprendosi alla “commistione” funzionale ha iniziato a protendersi verso l’esterno, inglobando mense, palestre, auditorium, ecc. Questi, però, sono episodi di eccellenza che riguardano imprese medio-grandi: non la norma, ed è importante ricordarlo.
Ed è importante anche ricordare che la creazione di questi nuovi hub polifunzionali del lavoro rivelano due rischi: uno più “sociale”, l’altro spaziale-relazionale. Nel primo caso, il pericolo è di creare nuove fratture tra i lavoratori con diverse tipologie di contratto, quindi diverse tutele e riconoscimenti all’interno delle aziende. Nel secondo caso, si rischia di diventare completamente autosufficienti e autoreferenziali, staccandosi dal territorio in cui si è inseriti.
Ma come andare oltre queste criticità? È importante mettere in discussione l’ibridazione tra spazio di lavoro e città. Se da un lato, infatti, il lavoro sta fuoriuscendo dall’azienda (remote working), è anche vero che l’azienda ha un ruolo sociale nel territorio in cui opera e può essere considerata un punto di partenza per interventi di rigenerazione urbana e territoriale. Questo vuol dire che gli spazi di lavoro industriali (quelli più impattanti) possono diventare delle “infrastrutture” che, oltre al lavoro, producono energia, servizi (che si aprono non solo ai dipendenti ma all’intera comunità), spazi pubblici e beni ambientali.
Questo è un campo completamente nuovo da esplorare, con pochi casi di studio e infinite possibilità di collaborazione tra pubblico e privato, ma anche tra privato e privato. Le imprese possono avere un ruolo attivo e consapevole in questi interventi di rigenerazione, e lo possono avere ancora di più se collaborano fra loro, sotto un coordinamento territoriale pubblico. In questo modo si può arrivare alla definizione di visioni di lungo periodo per il territorio, che non è soltanto un ambito di vita per i lavoratori, ma è anche un comune fattore di attrattività per le imprese.
E se le aree di lavoro, le imprese, le industrie diventassero dei veri e propri pezzi di città?
Cioè aree in cui ci si può andare non per forza in auto, aree verdi, aree in cui si produce energia rinnovabile per i territori, aree in cui ci si reca anche per alcuni servizi, come prestazioni mediche o concerti? Quindi aree veramente abitabili, dove è bello andare e, soprattutto, in cui è piacevole stare per la maggior parte della nostra vita quotidiana?
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A cura di Cristiana Mattioli - Architetto e ricercatrice universitaria in urbanistica