I dati presentati al Forum Nazionale del Welfare Aziendale del 2 luglio mostrano che il benessere delle persone è tra le motivazioni principali nell'introduzione del welfare aziendale, ma la scelta dei servizi non sempre riflette questa dichiarazione. Come legge questo dato? 

La ragione va cercata su due piani che si sovrappongono. Accanto alla dichiarazione di principio, che affonda le radici nella storia del welfare italiano, del welfare concessivo, paternalistico - e che per certi versi è ancora tale dal punto di vista normativo -, si registra negli ultimi anni una forte crescita dei fringe benefit, che ha spostato l'attenzione verso il welfare inteso soprattutto come sostegno al reddito.

A dire il vero, anche il sostegno al reddito ha una sua valenza sociale, specialmente in un momento in cui i redditi reali hanno perso potere d'acquisto a causa dell'inflazione. Ma non può esaurirsi tutto lì. È anche per questo che il mercato ha ancora bisogno di completare la propria evoluzione culturale, e non solo per spinta spontanea delle aziende. La posizione di AIWA, in questo senso, è chiara: tornare ad aggiornare le forme di welfare più generalmente sociali previste dall'articolo 51 comma 2 del TUIR.

Oggi si parla sempre più di wellbeing. Secondo lei, come sta cambiando il significato del welfare aziendale?

Il welfare aziendale ha un'accezione fortemente legata alla normativa fiscale. Se oggi parliamo sempre più di wellbeing è perché vogliamo collocare il welfare aziendale in una prospettiva più ampia, che vada oltre i vincoli di natura fiscale.

Faccio un esempio: dai dati emersi, molte aziende pagano ai propri dipendenti assicurazioni vita caso-morte per il compimento degli atti della vita quotidiana. Si tratta di un prodotto che non rientra tra i beni e servizi disciplinati dalla normativa fiscale, eppure le aziende lo offrono per attenzione verso le persone: è una misura a caratterizzazione sociale che resta però fuori dal perimetro del welfare aziendale in senso stretto.

Un altro caso: se un'azienda rivede il menù della mensa per inserire più verdura e frutta di stagione, probabilmente lo fa per un discorso di salute. Nulla a che vedere con il welfare aziendale in senso normativo, eppure è pienamente dentro una politica di wellbeing.

Quello che sta accadendo, in sostanza, è che il welfare aziendale sta entrando a far parte di politiche di wellbeing più ampie, mantenendo la normativa fiscale che lo caratterizza.

Il welfare aziendale può diventare uno strumento per rispondere a grandi sfide sociali come l'invecchiamento della popolazione, il caregiving e la conciliazione tra vita privata e lavoro. Quale ruolo può giocare, concretamente, nei prossimi anni?

Il welfare italiano, rispetto a quello di altri Paesi, ha sempre avuto una forte connotazione sociale. Lo stesso welfare aziendale disciplinato dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) del 1986 nasceva come welfare sociale pensato per rispondere ai bisogni tipici del Novecento Industriale: istruzione, socialità, attività ricreative, culturali e religiose.

La sfida oggi è adattare il welfare ai bisogni sociali contemporanei. I prossimi passi vanno dunque nella direzione di ampliare i beni e servizi di natura sociale, aggiungendo nuove misure a quanto già previsto dall'articolo 51 comma 2 del TUIR:

  • Long Term Care, non solo per il dipendente autosufficiente ma anche per i suoi familiari: il carico di cura degli anziani, oggi, è spesso più urgente di quello dei minori
  • Conciliazione vita-lavoro, comprese le attività per i figli durante l'orario di lavoro e oltre l'orario scolastico. Su questo fronte, AIWA propone di correggere il recente orientamento dell'Agenzia delle Entrate sull'inclusione delle spese per baby-sitting nell'ambito del welfare aziendale
  • Salute, anche psicologica
  • Misure per la cura degli animali domestici
  • Incentivi non solo per l'abbonamento al trasporto pubblico tradizionale, ma anche per la mobilità sostenibile
  • Spese per l'affitto degli studenti fuori sede per motivi di studio terziario

Se dovesse convincere un imprenditore ancora "scettico" a investire nel welfare aziendale, quale sarebbe l'argomento più forte che utilizzerebbe?

L’imprenditore ha bisogno di capire se il welfare aziendale genera un ritorno non solo sociale, ma anche economico. Ed è esattamente su questo che si stanno concentrando le ricerche più recenti su welfare e wellbeing aziendale: il ritorno dell'investimento.

Accanto al beneficio sociale, che resta imprescindibile, emergono vantaggi concreti in termini di produttività e di retention dei talenti migliori. Ma è sull’attraction che il welfare gioca oggi la partita più importante: soprattutto al Centro-Nord Italia, dove i posti di lavoro superano le persone disponibili, la competizione per i profili di valore è piuttosto elevata, e si gioca sempre meno sui salari, sempre più sul welfare e sul wellbeing.