Engagement e talent shortage le sfide principali per le aziende italiane, in base ai nuovi dati della ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano. Nel 2025 si conferma un diffuso malessere tra i lavoratori italiani: solamente il 17% è pienamente ingaggiato e appena il 10% “sta bene” nelle tre dimensioni del lavoro: fisica, relazionale e mentale.
Quiet Quitting e Great Detachment: cresce il disingaggio dei lavoratori
Una buona quota di dipendenti ha cambiato impiego nell’ultimo anno (11%) o ha intenzione di farlo entro i prossimi 18 mesi (30%). Ma l’aumento dell’inflazione, i timori di una recessione e l’instabilità economica rendono oggi più rischioso cambiare lavoro. E così, dopo i fenomeni di Great Resignation e Great Regret - il boom di chi si è pentito del cambio, dato peraltro crollato dal 56% al 20% - si affaccia il Great Detachment: lavoratori rassegnati all’insoddisfazione, che rinunciano a cercare una condizione migliore e spengono le proprie energie. Sono infatti in aumento (+2%) i cosiddetti quiet quitters, che restano al loro posto facendo il minimo indispensabile senza essere emotivamente coinvolti: oggi sono il 14% del totale, ben uno su sette.
Benessere e Gen Z: cosa cercano i giovani nel lavoro oggi
Nella scelta di un nuovo lavoro, il benessere psico-fisico rimane la principale motivazione per cambiare, seguita da criteri più “tradizionali” come le tutele del contratto, la retribuzione e i benefit. A conferma di questa tendenza, il servizo di wellbeing più richiesto è l’assistenza sanitaria.
«La sfida principale per le Direzioni HR nel 2025 è lavorare sul senso e il significato del lavoro, cercando di ovviare al senso di precarietà crescente» ha commentato Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice.
I più giovani incarnano in modo emblematico le trasformazioni in atto nel mercato del lavoro: i temi più rilevanti per loro sono il benessere e la ricerca continua di equilibrio tra vita lavorativa e privata. Il lavoro è solo una delle possibili fonti di auto-realizzazione e soddisfazione personale, una componente della vita che, pur importante, non può essere totalizzante. Inoltre, il salario non è più considerato un obiettivo e nemmeno come un mezzo per raggiungere uno status, ma come una risorsa necessaria. I servizi assistenziali e di welfare forniti dall’azienda, invece, vengono percepiti come essenziali per sopperire alle mancanze di uno Stato percepito meno presente e in grado di garantire sicurezza e protezione.
Il Wellbeing Mismatch
«Il paradosso di questa situazione - ha spiegato Francesca Rizzi, CEO e Co-founder di JOINTLY - è che nonostante le aziende stiano investendo risorse crescenti nel welfare e wellbeing aziendale, i risultati in termini di engagement e soddisfazione sono scarsi, perché non rispondono alle aspettative dei collaboratori. Tanto più della Gen Z, che ha difficoltà a capire e muoversi all’interno di un’organizzazione o non trova una guida - e dei manager - che la supporti come dovrebbero. È quindi necessario ripensare l’intera employee experience, in modo che le persone riscoprano un senso e un allineamento tra il proprio purpose e quello aziendale».
Shortage di competenze
Questo passaggio è tanto più cruciale se pensiamo che un’azienda su due prevede una crescita di organico nel 2025, ma più di due terzi di queste (78%) fatica ad assumere e, in circa la metà dei casi, la difficoltà è in crescita nell’ultimo anno ed è dovuta ad uno skill mismatch.
Essere attrattiva per nuovi talenti diventa quindi una strategia di business per le imprese, insieme alla necessità di saper ascoltare e valorizzare le competenze interne: più di 1 persona su 2 ritiene di avere competenze che potrebbero essere utili in altri ruoli, per cui attualmente non è presa in considerazione. E difatti oggi un’organizzazione su tre non solo non effettua un’analisi per identificare le competenze necessarie nel breve-medio termine (3-5 anni), ma nemmeno un assesment delle competenze attuali.
In sintesi, le politiche di wellbeing possono rispondere - i dati lo confermano - alle esigenze sempre più impellenti del mercato del lavoro, soprattutto per le giovani generazioni.
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A cura di Anna Zavaritt - giornalista e contributor JOINTLY