Qual è la sua valutazione complessiva sulla Legge di Bilancio 2026? Quali opportunità apre per aziende e lavoratori e quali limiti ritiene emergano, soprattutto in relazione ai temi del welfare e del benessere?
La Legge di Bilancio 2026 compie un ulteriore passo avanti sul terreno della conquista dei diritti in favore della genitorialità, prevedendo importanti misure per le famiglie e sul terreno della detassazione sia delle quote retributive di produttività, sia degli incrementi derivanti dai rinnovi contrattuali, sia degli importi riconosciuti per gli straordinari, il lavoro notturno e l’indennità di turno, sia dei buoni pasto.
Ciò su cui si sarebbe potuto investire con misure più incisive è il welfare, in particolare sul versante dei servizi, sotto forma del cosiddetto welfare sociale, che ad oggi resta ancorato a una normativa ancora troppo anacronistica. Una normativa che continua a non guardare ai bisogni reali e al complesso dei bisogni dei lavoratori, ma a quelli riconducibili a categorie omogenee che, nel mondo del lavoro contemporaneo, non esistono più. Le categorie omogenee nascono come costruzione normativa riferita a quella classe operaia che in paradiso non è mai andata.
La realtà, infatti, è sempre più complessa dell’idea che pretende di rappresentarla, e i tempi che viviamo ci restituiscono non solo categorie profondamente disomogenee, ma intere coorti di popolazione aziendali prive di un minimo comune denominatore: giovani, silver, donne e, più in generale, persone portatrici di diversità. Si tratta di persone attraversate non da elementi di omogeneità, ma da tratti distintivi forti, che esprimono con chiarezza il bisogno di una personalizzazione dei servizi, alla quale le aziende devono essere in grado di offrire risposta.
Restano invece ferme le soglie dei fringe benefit da 1.000 e 2.000 euro.
La Legge di Bilancio 2026 interviene sul premio di risultato, anche attraverso la riduzione dell’imposta sostitutiva. In che modo questa misura dialoga con i principi introdotti dalla legge sulla partecipazione dei lavoratori? Vede analogie o differenze significative tra i due impianti normativi?
Alla luce dell’obiettivo dell’innalzamento del potere d’acquisto, sicuramente la detassazione dei premi di produttività premia. Essa si estende a tutti i premi di produttività corrisposti nella misura di euro 5.000 contro quella più bassa di 3.000 originariamente prevista, compresi quelli erogati nelle imprese che, alla luce della legge n. 76/2025, sperimentano forme di partecipazione.
I lavoratori di tali ultime imprese, ed in particolare di quelle con forme di partecipazione di tipo organizzativo o gestionale, erano gli unici che, in via eccezionale, ai sensi degli articoli 5 e 6 della legge n. 76 del 2025, potevano beneficiare di una detassazione per un importo massimo di euro 5.000. In pratica, la Legge di Bilancio 2026 ha esteso a tutti i lavoratori un beneficio fino allo scorso anno riservato a quelli delle imprese virtuose per sperimentazioni “partecipative”. Resta ferma la possibilità, per i lavoratori delle imprese che sperimentano una partecipazione economica, di optare per la conversione in azioni fino a 1.500 euro, godendo fino al 50% dei dividendi di una totale detassazione.
Guardando alle traiettorie attuali, ritiene che welfare pubblico e welfare aziendale siano destinati a convergere o a rimanere su binari distinti? Quale ruolo possono giocare le imprese nel rendere queste due dimensioni più integrate ed efficaci per le persone?
Guardando alle traiettorie attuali, credo che, più che convergere, il welfare pubblico resti totalmente assorbito, per le lacune che restituisce, nel welfare aziendale. Ritengo quindi che le aziende giochino un ruolo di primaria importanza nel rispondere ai bisogni di popolazioni aziendali, come sopra detto, sempre più eterogenee e, come tali, conoscibili solo “a distanza ravvicinata”. Ciò che vale oggi, più di prima, è il principio di sussidiarietà, o meglio di prossimità, che promuove la nostra Costituzione e la stessa enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti.
Eppure, il nostro è stato prima il Paese delle cooperative di mutuo soccorso per cui ciascuno contribuiva in periodi di “grassa” per affrontare i periodi di “magra” e, successivamente, del welfare impostato su quel modello bismarckiano in forza del quale allo Stato era demandato il compito di assistere se non tutti i cittadini indistintamente, come nel modello beveridgiano, quelli più meritevoli di bisogno. A introdurlo è stato l’articolo 38 della Costituzione.
Quando le risorse sono mancate, per - tra l’altro - un altissimo debito pubblico del mondo e una delle spese previdenziali più alte d’Europa con un’incidenza sul Pil superiore al 16% inferiore soltanto a quella della Grecia, è venuta meno anche l’illusione di una garanzia di un welfare in grado di rispondere ad una serie più o meno ampia di bisogni. E il relativo costo è ricaduto interamente sulle spalle delle aziende, che sono intervenute in funzione suppletiva.
Oggi il welfare pubblico è in grado soltanto di garantire i servizi essenziali, tra cui la sanità con i divari territoriali annessi e connessi, meglio sicuramente di alcuni Paesi, ma non molti altri servizi altrettanto importanti. Penso agli asili nido, allo sport, o alla salute in situazioni “non emergenziali”, alle situazioni di disabilità.
Per questo, ritengo importanti gli investimenti crescenti sul welfare delle aziende, da agevolare attraverso importanti forme di deducibilità o incentivi premiali all’offerta di panieri sempre più ampi di servizi.
Ricordiamoci che, in periodi di crisi come quelli che attraversiamo, il welfare può significare, soprattutto per alcune coorti di popolazione lavorativa - donne, madri, padri, anziani - garanzia di quel potere d’acquisto che decresce a fronte, però, dell’innalzamento del costo della vita.
Sul welfare, almeno sul welfare, sono vietati conflitti ideologici. Perché, ricordiamoci, come insegna un famoso proverbio wolof, che quando gli elefanti combattono, è sempre l’erba a rimanere schiacciata.
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A cura di Ciro Cafiero - Giuslavorista dello Studio Legale Cafiero Pezzali & Associati e membro dell'Advocacy Board di Jointly