Con una visione che abbraccia la fiducia, la cooperazione e l'ascolto, Mauro Magatti - editorialista e professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - delinea il percorso per ripensare le imprese come comunità di appartenenza, capaci di rispondere alle sfide di benessere e produttività delle nuove generazioni.

Da cosa dipende, secondo lei, il crescente malessere delle persone al lavoro, in tutta Europa?

Il modello organizzativo di oggi - e il relativo stile manageriale - è fermo a vent’anni fa e si basa sul solo criterio dell’efficientamento, senza tener conto dei cambi socio-culturali avvenuti in questi anni. Più una società è avanzata e più crescono le aspettative e i bisogni, anche rispetto al lavoro: lo stipendio - soprattutto per le nuove generazioni - non basta più. Le aziende devono sapere coinvolgere, comunicare valori e senso di appartenenza e per farlo serve una nuova cultura organizzativa. In particolare in Italia l’elevata insoddisfazione di chi lavora - insieme a problematiche come i salari insufficienti, diffusa precarietà lavorativa, problemi di sicurezza - mette in evidenza un punto che non può più essere ignorato: se si vuole guardare avanti è necessario migliorare la cultura del lavoro dentro le organizzazioni.

Creare un ambiente di lavoro basato su fiducia, cooperazione e benessere è un obiettivo non più rinviabile, se vogliamo che le persone trovino un adeguato riconoscimento delle loro capacità e si sentano parte di un progetto del quale condividono valori e obiettivi. Anche perché è ormai noto che la qualità del tempo trascorso al lavoro è positivamente correlata con la prestazione dei dipendenti e che un maggior senso di partecipazione è associato a un contributo positivo in termini di produttività nell’azienda. E questo è tanto più vero per le nuove generazioni, che arrivando da una condizione di benessere più elevato guardano al contesto lavorativo con esigenze diverse da quelle dei loro padri.

Come si può migliorare la cultura del lavoro dentro le organizzazioni?  

La cultura del lavoro si migliora nel momento in cui le aziende realizzano di essere realtà pensanti dove il valore dell’ascolto e della conoscenza è altrettanto importante rispetto all’obiettivo strumentale dell’efficienza. Nuove leadership manageriali, modelli organizzativi più partecipativi, gestione del benessere fisico, mentale ed emotivo dei dipendenti, flessibilità negli orari di lavoro, investimento nella formazione sono tutti elementi indispensabili per migliorare la cultura del lavoro, superando la mentalità neo-fordista e gerarchica che è ancora così radicata nelle nostre imprese.

Quale sarà la principale sfida per le aziende, per non subire i costi dell' "insoddisfazione"? 

La principale sfida sarà quella di scegliere cosa vogliono essere: un posto di lavoro, inteso in senso fordista e efficientistico o una comunità dove le persone condividono valori e obiettivi? È una questione di scelta strategica, non c’è un obbligo ma un’opportunità. Sul lungo termine, le aziende del futuro sono quelle che sapranno cogliere questa sfida, trasformarsi da luoghi fisici con uno scopo produttivo a comunità di appartenenza con un obiettivo di lungo periodo. I nostri manager sono pronti? Molti no, ma c’è poco tempo per cambiare se si vuole essere incisivi nel prossimo futuro.

 

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Intervista a cura di Anna Zavaritt - giornalista e contributor Jointly