Il “copione” del lavoro definito sul puro scambio tra prestazione e salario appartiene al passato. È uno “scambio” deludente per entrambe le parti e oggi non basta più, perché abbiamo non solo uno shortage di competenze, ma anche di passione e di engagement in ufficio. E per colmare questo gap è necessario cambiare prospettiva e strumenti: meno investimenti sul controllo, che di per sé non è garanzia di produttività, più investimenti sull’autonomia e la libertà, definendo un nuovo patto basato sulla responsabilità e la fiducia con i propri collaboratori.
Solo una nuova contrattualistica del lavoro può aiutarci a recuperare l’autenticità delle relazioni in ufficio, gestendo in maniera proattiva - al posto che “subire” - le tre transizioni ora in atto:
- digitale e AI
- ambientale e energetica
- demografica
Partiamo dalla tecnologia: l’AI cambierà radicalmente il lavoro. Cambia proprio il paradigma di impatto tecnologie/lavoro: mentre digitale e robotica sostituiscono i lavori routinari ripetitivi, valorizzando quelli a maggiore ingaggio cognitivo, con l’intelligenza artificiale cambia tutto. I task che compongono le diverse professioni “alto cognitive” sono più esposte di quelle che richiedono mobilitazione delle nostre capacità sensomotorie (Hans Moravec). Sarà sempre più necessaria una nuova forma “ibrida” di linguaggi e abilità, in un contesto in cui le variabili tradizionali del lavoro mutano. Andremo oltre lo “scongelamento” degli spazi (luoghi) e dei tempi (orari) di lavoro. Tutto ciò rende possibili nuove frontiere di sviluppo professionale e carriere trasversali con relazioni di lavoro completamente nuove. Un aspetto fondamentale per le giovani generazioni: la riconoscibilità sociale del lavoro, la collocazione nella gerarchia delle priorità personali, la possibilità (o meno) di essere in un luogo dove si coltivano passioni, dove si “fiorisce” è dirimente.
E a proposito di demografia, oggi il nostro Paese non ha ancora capito, fino in fondo, la portata del nostro silver tsunami (cit. NY Times): da qui al 2030 avremo 8 milioni di italiani in meno in età da lavoro. Pochissimi giovani e moltissimi anziani. L’attrattività del lavoro sarà quindi sempre più centrale, e a definirla non basterà più solo la contropartita economica ma saranno indispensabili luoghi piacevoli dove crescere e sentire costantemente la possibilità di dare il meglio di sé, lavorare meglio insieme, per costruire qualcosa di cui si condivide il senso e l’importanza. Per questo, il primo passo è recuperare l’autenticità delle relazioni di lavoro.
In quest’ottica, i cambiamenti in corso necessiteranno di veri e propri “architetti del lavoro”, che si occuperanno di nuovi modelli organizzativi ma anche di ridisegnare gli spazi, di ripensare tempi, integrare tecnologie, competenze, culture, senso, aspirazioni, attitudini, relazioni. L’azienda, nel mezzo di questa rivoluzione, ha il compito di custodire e rafforzare le relazioni umane in termini, per esempio, di gestione creativa dei conflitti e di cura, intesa come spazi di decompressione, di cooperazione, di auto aiuto, di confronto. Siamo davanti ad una formidabile sfida nel mondo del lavoro e per centrare gli obiettivi non bastano più il rispetto delle leggi e dei contratti.
E se tra i KPI inserissimo anche la capacità di prendersi cura del proprio team?
Cura intesa anche come attitudine a gestire “insieme” le sfide e le difficoltà, a saper fare del sano conflitto positivo, capace di far emergere tensioni e criticità prima che diventino distruttive. Il pensiero critico, laterale è ancora anestetizzato dalla cultura ipercompetitiva. Bisognerà farlo crescere, capire la “fecondità degli errori” come la potenza devastante del conformismo.
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A cura di Marco Bentivogli - Esperto di innovazione di industria e lavoro