La sfida più urgente: la rivalutazione del lavoro. Il lavoro deve tornare ad essere cardine per la costruzione di nuovi valori generali di una società e luogo naturale di costruzione di rapporti sociali. Oggi per un numero largamente prevalente di esseri umani in Italia e nel mondo il lavoro è causa di infelicità, se non di dolore ed afflizione. Si può esser felici prima, dopo, nonostante, ma quasi mai, per la maggioranza di chi lavora, grazie al lavoro.

La bella notizia è che non tutte le organizzazioni sono in crisi. Molte, moltissime, ma non tutte. Non lo sono quelle che riescono ancora a dare un senso, ad assecondare passioni e vocazioni e sviluppare legami. Un senso. La ragion d’essere di un’impresa, l’imperativo di un’impresa: fare profitto. Certo, il profitto. Non si discute. Si discute, semmai, su come arrivarci.

Le organizzazioni non in crisi lavorano su cos’altro deve caratterizzare una buona impresa, oltre l’indispensabile profitto. Possono darsi dei fini molteplici? Non vi è - al di là di un valore di Borsa, di un conto economico o di uno stato patrimoniale - qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione sociale che dia rilevanza anche a chi lavora nelle organizzazioni e alle comunità in cui le organizzazioni operano?

Alle organizzazioni non basta più essere semplicemente forti, è necessario diventino forti E belle. Belle sono quelle organizzazioni che lavorano su una nuova idea di valore, un’idea che nasce dalla potenza di una E:

  1. profitto e progresso
  2. sviluppo e sostenibilità
  3. industria e cultura
  4. produzione e bellezza
  5. continuità e innovazione
  6. diversità e inclusione
  7. individualità e comunità

Ritorniamo all’economia del “noi”! Facciamo emergere il valore di legame, terza categoria di valore che si aggiunge alle altre due, il valore d’uso e il valore di scambio. Dilatare l’azione delle organizzazioni d’impresa fino ad includere il valore di legame deve essere una delle sfide di chi ha la responsabilità di guidare e gestire imprese. Non si può essere felici da soli: l’egoismo e l’individualismo non possono funzionare come bussola di una civiltà tantomeno di un’organizzazione d’impresa.

La generazione digitale sta imponendo nuove pratiche che le organizzazioni non possono più trascurare: aperte, partecipative, trasparenti. È il passaggio dalla gestione egocentrica, verticistica alla gestione che democratizza i processi gestionali e coinvolge i dipendenti in un’idea di organizzazione “noicentrica”, inclusiva, comunitaria in cui il lavoro torni ad essere non solo un diritto e un dovere ma soprattutto un progetto di vita.

E se provassimo allora ad immaginare, in un mondo di opportunità e responsabilità davvero condivise, organizzazioni autoregolate, in cui non c’è più bisogno di un capo gerarchico?

E se pensassimo alle nostre organizzazioni come a luoghi autenticamente adulti e maturi, non si aprirebbe l’immediata opportunità di abbandonare la valutazione della prestazione per entrare nel mondo del “non giudizio” cioè della pura e piena valorizzazione del contributo individuale?

 

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A cura di Nicola Pelà - Human Capital Expert