L’Italia vanta il triste primato del “lavoro povero”. Il recente rapporto dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) lo conferma: il nostro è il Paese del G20 con la più forte perdita di potere d’acquisto dei salari dal 2008 a oggi (-8,7%).

Un paradosso, se si considera che la produttività - altro nostro tallone d’Achille - negli ultimi due anni è cresciuta più delle retribuzioni. Tuttavia, questa crescita non ha generato un reale miglioramento delle condizioni salariali, né una redistribuzione efficace.

Lavoro povero in Italia: le cause della perdita di potere d’acquisto

Alla base dell’erosione del potere d’acquisto, gli economisti individuano due cause principali:

  • la bassa produttività, calata rispetto ai livelli dei primi anni Duemila, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei. Le aziende hanno faticato a generare profitti adeguati a sostenere retribuzioni più elevate;
  • l’aumento dei prezzi - accelerato dagli shock energetici e dalle tensioni geopolitiche - che ha ridotto il valore reale degli stipendi. In molti Paesi, politiche di adeguamento salariale hanno permesso di contrastare parzialmente questa tendenza, mentre in Italia gli aumenti nominali non sono stati sufficienti a tenere il passo con l’inflazione, aggravando il divario tra redditi e costo della vita.

Il risultato è un mercato del lavoro in cui aumenta l’occupazione, ma con redditi insufficienti: più lavoro, ma “povero”.

Il Corporate Wellbeing come risposta all’inflazione e ai salari bassi

Di fronte a questo scenario, il welfare e wellbeing aziendale rappresentano una leva efficace per aumentare il potere d’acquisto e i salari reali dei propri collaboratori, con un effetto moltiplicatore di 4,5 volte.

Secondo lo studio “Benessere e Produttività”, condotto da JOINTLY in collaborazione con The European House Ambrosetti, a fronte di un investimento di 2.500 euro per collaboratore, il valore di mercato dei servizi attivati è di oltre 11mila euro. 

L’aumento dell’offerta di benefit non monetari permette di efficientare il costo del lavoro non solo attraverso l’innovazione delle strategie retributive, ma anche attraverso il beneficio fiscale.

Come il Corporate Wellbeing aumenta la produttività e riduce il turnover

Se produttività e stagnazione degli stipendi sono strettamente legate, il benessere aziendale può essere una leva per aumentare entrambe. In particolare - sempre secondo la ricerca JOINTLY-TEHA - l’adozione di una strategia di Corporate Wellbeing può portare a un incremento del 20% della produttività, con un valore aggiunto per addetto pari a quasi 60mila euro, a fronte di una media attuale di 50mila euro. 

Infine, in un periodo di engagement e benessere ai minimi storici, le dimissioni di massa comportano non pochi costi per le aziende. Tra costi diretti di ricerca, assunzione e formazione, e costi indiretti dovuti appunto ad un calo temporaneo della produttività, una dimissione ha un costo medio per l’azienda pari a circa il 50% della RAL del dipendente che decide di lasciare il lavoro.

 

A cura di Anna Zavaritt - giornalista e contributor JOINTLY